Una storia tenerissima, un perché ed un caso irrisolto.

A luglio di quest'anno sono stati quarant'anni che questa storia ebbe inizio.
A marzo di quest'anno , trentanove anni che la storia ebbe, per così dire, una fine.
La realtà è che non finì praticamente mai.

Era ragazzo, un ragazzo frutto degli '80; lavorava in una radio libera del suo paese come animatore e come d.j. nelle serate in discoteca mobile e nelle discoteche locali (voce da adulto, ma problemi di trasferimento senza auto e né patente).
Era il ragazzo che "veniva da lontano", portava con sé il colore del sole sulla pelle e l'odore del mare che, dai ricordi che ancora gli facevano male per aver lasciato la sua prima fiamma, finivano per inondarlo donandogli un'aura scura, molto medio orientale come, d'altra parte, le sue origini suggerivano: nord Africa.

Arrivò un'estate torrida, un giugno di temporali e calma improvvise, che spargevano piccoli insetti neri con le ali bianche e il profumo degli alti platani del viale ovunque in paese.
Era il ragazzo con il motorino grigio. Con gli amici assaggiava le prime note di libertà (e di sigaretta) lontano da casa e dagli occhi vigili dei genitori, girando per tutte le feste dei dintorni. Non c'era nulla di divertente nel non poter lasciare il motorino neppure un attimo incustodito, ma il rapporto con gli amici lo faceva sentire adulto e non si poteva rinunciarci. Quindi feste si, ma motorino a spinta.

La sua compagnia, essenzialmente, proveniva dalle famiglie del grande palazzo in cui abitava e, grazie alla sorte, almeno tre o quattro di queste avevano figli della sua età. Non era molto interessato alle cose serie, ma era già passato attraverso storie "serie" da raccontare, il che faceva di lui "il ragazzo che se n'è fatte chissà quante" (e chiedo scusa per il linguaggio sessista).
Uno di questi ragazzi, colpa l'assenza di ragazze e la presenza di qualche testa calda di troppo, preferì cambiare compagnia e trascinò anche lui con sé. Se non il primo giorno, già il secondo non potè fare a meno di accorgersi di una timida ragazzina, che portava lunghi capelli neri legati in modo complicato, sempre in pantaloni e che, quando camminava, sembrava pattinare sulle nuvole con un passo così leggero che l'avrebbe di già riconosciuta tra mille in maschera.

Venne luglio, il mese del caldo che "fa sul serio", delle poche volte in piscina (lei non ci andava), dei temporali la sera (lei non usciva o usciva dopo) e lui la unì indissolubilmente all'odore dei platani nel caldo umido dopo la pioggia, al suo profumo di quel periodo e a quello di lei.

Venne la festa che porta le giostre in piazza e un pomeriggio intero a studiare se fosse il caso di tentare o no, tragli altri componenti del gruppo che facevano a gara per portarla sugli autoscontri o sui calci-in-culo e i rifiuti di lei. Quando acconsentì, invece, a consumare una manciata di gettoni d'autoscontro insieme a lui, tutto iniziò brillare illuminato da una luce così intensa, da non riuscire ad accorgersi che, piano piano, gli altri se n'erano andati.
La sera, ora di tornare a casa, le disse in modo confuso, col cuore che pulsava in gola e che gli impedì di aggiungere altro: "tu mi piaci" ... "e tu hai bisogno di un oculista" ... ... ... ... cosa gli aveva risposto? ... che non ci vedeva? ... e perché? ... era come dirgli, senza averne il coraggio "e tu no"? ... ... ..." ... ok, ho sbagliato tutto, scusa", disse lui ... "no ... non hai sbagliato niente ... ne parliamo domani" (aveva già deciso anche per lui che si doveva aspettare).

Quella notte sembrò non avere un domani, fu un pezzo unico che gli rimbalzò in testa a tutte le ore; perché il tempo che sembra sempre sfuggire, quando si aspetta che passi, diventa lentissimo!
Ma "domani" venne e finalmente si incontrarono, dopo aver passato entrambi ventiquattro ore di veglia e di redazione di un copione che fosse il migliore possibile, senza prove sul palco, direttamente esibizione in prima serata. Il primo bacio fu su una panchina di cemento che, ironia della sorte, fu testimone anche dell'ultimo.

Dopo averla lasciata e ripresa per due volte, alla terza, in cui lo lasciò lei, imparò l'urgenza e l'importanza del comportarsi con delicatezza con chi si ama ma, nello specifico, per lui fu deleterio. Amò quella fanciulla in un modo così nuovo e così intenso, da confonderlo. Passarono le loro lunghe settimane al telefono, era impossibile vedersi: durante l'anno scolastico lei studiava e sfruttavano le brevi uscite di lei in cartoleria per incontrarsi, sempre che a lui riuscisse di lasciare gli studi di produzione. Certe volte, alla ricerca di una cabina libera, arrivava a telefonarle in quella sotto casa sua, a due passi dal suo citofono e, mentre le parlava, poteva vederla (o immaginare di farlo). Il sabato e la domenica erano i loro giorni, sovente andavano in treno nella vicina città, per avere un minimo di intimità in uno scompartimento sul treno del ritorno, o nella galleria di un cinema.

Verso la fine della loro storia, ci fu un episodio che vide, protagonista incomodo, un compagno di scuola di lei, che si presentò, dopo averle passato il pomeriggio insieme, in pizzeria con gli amici della compagnia, ormai ridotta all'osso. Lui ebbe una giornata lunga e difficile, tra diretta e redazione, ma fece il diavolo a quattro per riuscire a passare in un negozio a comprarle un peluche e fuggire in pizzeria per raggiungerla. Era la sera del martedì grasso, la sfilata sotto le stelle dei carri di un carnevale che avrebbe preferito non arrivasse mai e che mai più lo vide spettatore. Eppure la notta era carica di energia, resa tersa dal fenom. Le luci brulicavano come stelle e il profumo arcano dei campi di notte si riversava ovunque nelle strade piene di gente e di suoni. Tutto sembrava tracimare amore ed emozioni. Lui era lì, con lei, ma sembrava che lei fosse più con l'altro che con lui. Percepì di essere impotente davanti alla volontà di lei. Era la prima di altre volte in cui avrebbe sperimentato la possessività, la gelosia e l'incoerenza di un amore così intenso e dovette far fronte ai suoi continui attacchi, soccombendo.

Ovviamente la loro storia non potè far altro che finire; da quella sera la direzione che lui impose al loro rapporto lo rese più sofferente che vissuto. Le caratteristiche che avevano fatto, forse, soffrire la giovinotta, ma che erano servite da colla al loro rapporto, venendo meno lo scollarono: era caduto il senso di sicurezza di sé e di superiorità che lui aveva manifestato all'inizio della loro storia, e che lei amava, ed era diventato una specie di cagnolino bastonato, sospettoso e affranto, sempre triste. Finì proprio dove era iniziata. Lei abitava poco lontano da lì; passarono l'ultimo pomeriggio, quello che gli chiese di passare insieme per poter "capire". Alla fine fu lui a non riuscire più a capire nulla.

Una settimana e mezza prima, il giorno in cui, per starle più vicino, lasciò il suo impegno maggiore, la radio in cui lavorava, le telefonò da una cabina per darle la notizia e lei ricambiò dicendogli che aveva bisogno di non vederlo per un po' di tempo, per capire se le sarebbe mancato o no. Passò meno di una settimana, ma gli sembrò un secolo, a pensare a come non pensarla, a come non sognarla, a provare un senso di nausea che gli ricordò di avere uno stomaco e, alla fine, la domenica pomeriggio stessa, non ce la fece più, la cercò e la trovò in piazza. Le disse di essere andato a cercarla per restituirle la sua libertà, sfoggiando una dolorosa poesia scaturita da chissà dove in lui (e non se l'era preparata prima, quella frase). E lei gli rispose "e chi ti ha detto che io la rivoglio indietro?!... non avresti dovuto cercarmi, avevo quasi capito...", come se la sua presenza, il suo trovarla, avesse infranto un incantesimo.

Era il ventotto marzo. La fine di una storia tenerissima ed il suo perché sepolti insieme. Un caso irrisolto perché finì una storia precedente nello stesso giorno di un anno prima, finì questa storia un anno dopo, una terza un anno dopo ancora. Fece richiesta di partire in anticipo per il militare di leva (era diventato insopportabile vederla vivere la sua vita, frequentando le stesse persone e gli stessi luoghi) e si congedò lo stesso giorno di un anno e mezzo dopo. Due anni dopo ancora entrò in fabbrica e, un anno e mezzo dopo, lo stesso giorno, si dimise. Successero altri eventi negativi o positivi in quel giorno, ma il più incredibile è che, mentre la loro storia stava finendo, in un ventoso tramonto infiammato da mille colori, nasceva una persona che avrebbe lasciato qualcosa nella sua vita, ventiquattro anni dopo.
Un caso irrisolto, appunto.