Triste

Triste

Percorro le vie che non molto tempo fa mi conducevano verso la felicità, anche di pochi istanti; mi portavano dove avrei incontrato l’unica cosa davvero importante per la mia esistenza: con te sono in grado di sentire il sangue scorrere in ogni singola vena, in ogni minuscolo capillare del mio cuore.

Ma le vie da percorrere sono brevi, il tempo per pensare è terminato, la realtà mi aspetta davanti al cancello socchiuso e ha un brutto sguardo: ha il piglio di chi accusa, mi ricorda di essere di troppo, di essere quello che non può avanzare pretese, quello che non ha alcun diritto, “l’altro”.

Sento il cuore rallentare, sembra volersi fermare, qualcosa mi stringe lo stomaco… abbasso gli occhi e attraverso quello spazio stretto e chiuso tra i battenti del tuo cancello, colpevole di una colpa che non so di avere. Sei lì che mi aspetti, nella stanza di sempre… e tutto intorno è come sempre, e l’orologio in cucina è quello di sempre, ed anche la fretta di uscire che avverto e che mi rende nervose le gambe è quella di sempre... ma è solo la prima cosa con cui dovrò confrontare la mia colpa… all'improvviso non esiste più la fretta di uscire da lì. Nessuno più potrà trovarci insieme, dove non dovremmo essere, e l’ironia dell’essere accettato in quella stanza inizia a dilaniare con la sua lama la ferita appena aperta dentro la mia mente.

Sei lì, distesa. Per un attimo ho sperato che stessi scherzando, come quando facevi finta di dormire per farmi avvicinare e tirarmi su di te… la mia presenza è disonesta tra chi si chiede chi io sia… sembri addormentata… non posso avvicinarmi per sfiorare i tuoi capelli che vorrei risistemare, perché sai che mi piaci coi capelli sulle guance e così tirati indietro… sembri un’altra… dovrò immaginare il freddo delle tue labbra immobili che non mi sarà concesso di raggiungere per un ultimo bacio, e sarò condannato a subirne il caldo ricordo, che mi impedirà di accettare la tua assenza.

Io sono quello di troppo e non rappresento che me stesso, in questa stanza. Vorrei buttarmi in ginocchio ed urlare fino a fermare questo cuore malato, che invece sembra rafforzarsi per costringermi ad una vita che vorrei finisse ora, qui, al tuo fianco… e non posso concedermi la disperazione di esistere perché, agli occhi di tutti, non puoi perdere ciò che non possiedi.

Amore mio, come vorrei poterti chiedere di aprire gli occhi e di parlarmi ancora, di passarmi una mano sulla guancia e sentirti dire di tagliarmi la barba che ti lascio i segni…

Amore mio, anche ora che tutto si cancella come se non fosse mai accaduto nulla, ora che nessuno saprà mai nulla di noi, dovrò portare da solo il peso di questa muta verità, nascosta dentro me... ed io da solo non ho spazi così grandi, nel cuore, per contenerla tutta...

Esco senza salutarti, tra gli sguardi vitrei di chi piange la tua assenza, ma tu sembri lì ad accompagnarmi alla porta, nel tuo vestito bianco che non avresti mai indossato perché ti ricordava il giorno di un matrimonio che non volevi... ma che qualcuno ti ha messo addosso con mani sconosciute e tu hai lasciato fare, senza protestare, come quando lasciavi che ti togliessi una piccola foglia tirandoti qualche capello, dopo esserci alzati dal nostro prato.

Ed ora anche quell'angolo di cielo nascosto agli sguardi non avrà più le nostre nuvole, amore mio che tanto ti ho amata e mai avuta.

L’amore è una cosa orribile, ma ha un nome bellissimo.